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A Breganze il vino dolce cambia le regole della tavola

Il Premio Maculan 2026 premia Andrea Petucco e rilancia una sfida: portare i passiti nel cuore della cucina salata


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A Breganze, quando si parla di vino dolce, non si pensa alla fine del pasto. Si ricomincia da capo.

Il Premio Maculan nasce proprio da questa piccola rivoluzione culturale, che negli anni è diventata qualcosa di più di una semplice competizione. Un’idea ostinata, quasi controcorrente: togliere i passiti dalla comfort zone del dessert e portarli dove pochi osano, dentro la cucina salata. Lì dove gli equilibri si fanno più complessi e interessanti.

Dietro questa visione, oltre alla storia solida della famiglia Maculan, si avverte una sensibilità contemporanea che ha il volto e la voce di Angela Maculan. Non solo produttrice, ma narratrice appassionata del vino di casa, capace di trasformare un concorso in un momento di confronto vero, dove il vino non è mai accessorio ma protagonista del dialogo.

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La quarta edizione, andata in scena il 23 marzo nella sede dell’azienda, ha confermato che la strada è quella giusta. Più che una gara, un laboratorio di idee dove giovani cuochi mettono alla prova tecnica e visione su un terreno non scontato.

A spuntarla è stato Andrea Petucco, chef privato di Marostica, con un piatto che sembra costruito per mettere alla prova ogni certezza: triglia e foie gras, beurre blanc al Vespaiolo, sedano rapa e una nota fermentata di pera. Un insieme che potrebbe facilmente deragliare e che invece trova una sua traiettoria precisa nell’abbinamento con Acininobili, passito da uve vespaiola segnate dalla muffa nobile.

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Non è un esercizio di stile. È un equilibrio che funziona perché qualcuno, prima, ha deciso di cambiare le regole del gioco.

Accanto a Petucco, in finale, altri tre interpreti di questa sfida: Gianmarco Di Girolami da Ascoli Piceno, Nicola Rizzetto da Thiene e Angelo Gioia. Quattro approcci diversi, un’unica domanda sul tavolo: come può un vino dolce entrare davvero nella costruzione di un piatto?

La risposta passa anche dalla giuria, che unisce cucina e racconto. A guidarla lo chef Federico Pettenuzzo de La Favellina di Malo, una stella Michelin, insieme a un gruppo di degustatori e giornalisti tra cui Andrea Gori, che durante la serata ha portato un ulteriore spunto con il suo lavoro sui grandi vini dolci. Un tema che torna: serve cambiare prospettiva.

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E forse è proprio questo il punto più interessante del Premio Maculan. Non celebra solo un vincitore, ma un modo diverso di stare a tavola. Più curioso, meno prevedibile.

Nel bicchiere, Breganze continua a raccontarsi con la vespaiola, varietà identitaria che qui trova una delle sue espressioni più riconoscibili, dal Torcolato all’Acininobili. Ma fuori dal bicchiere, tra queste colline, prende forma anche un racconto più ampio: quello di un territorio che usa il vino per farsi scoprire, non solo degustare.

Il premio assegnato a Petucco – vini e un decanter a forma di vespa firmato da Massimo Lunardon – è quasi un simbolo di questo approccio. Giocoso, identitario, mai scontato.

E mentre molti continuano a considerare i vini dolci una parentesi finale, a Breganze si insiste su un’altra idea: che il bello debba ancora cominciare.

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